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“.Gli
angeli(dicono) spesso non sanno se vanno
tra i vivi o tra i morti. L’eterna corrente
trascina attraverso entrambi i regni ogni età,
sempre con sé, ed entrambi sovrasta con il suo
suono.”
(Rainer
Maria Rilke, Elegie duinesi,1911)
Quasi mai decido di scrivere e commentare opere di
Artisti contemporanei.
Da storico d’arte e non critico, e ci tengo
moltissimo alla distinzione, ho sempre bisogno di
spazio temporale, di distanza emotiva per “vederci
chiaro”, per acquisire quel”terzo occhio ” che è
difficile avere nella “contemporaneità”.
Ho accettato perché ho cominciato a conoscere
lentamente Luca (ricordo ancora la prima volta
quando timidamente ma orgogliosamente mi fece vedere
i suoi lavori) ed è come se mi fossi messo in
contatto con delle emozioni seppellite, che i suoi
lavori mi avevano suscitato e di cui lui era
portatore.
La relazione tra l’artista e la sua opera è
talvolta facile da tracciare, altre volte meno, se
non addirittura impossibile, ma e’ comunque
ragionevole accettare che la creatività di un
artista affondi le radici nella sua personalità e
nel carattere , e che la vita interiore e gli
episodi della sua esistenza compartecipino dello
sviluppo della sua arte.
Nell’avventura del “nervo ottico”, come Pierre
Bonnard definiva l’arte del dipingere e dello
scolpire, con una formula un po’ troppo positivista,
uno degli aspetti essenziali , è la necessità nel
Novecento di andare a ritroso, lungo i secoli e le
civiltà, per recuperare, un gineceo primordiale,
l’origine, la matrice ed elaborare una figurazione
monumentale che sorga dalla superficie fratturata
del fondo e rimanga ancorata ad esso.
Tutta l’estetica novecentesca occupa uno spazio
intermedio tra la divinizzazione della forma e la
sua demonizzazione, tra l’idolatria e l’iconoclastia
con la creazione, talvolta( e sono i casi più
riusciti), di un’immagine, di qualcosa di
trascendente, che punta ad un mondo mai visto fatto
di sentimento e di immaginazione.
E’ ed è questo il caso di Luca Zanchi.
La pulsione verso la trascendenza che sta alla base
dell’estetica della forma non si arresta dinanzi
alla bellezza della natura, ma vi è di più, l’arte e
la scienza, con il linguaggio, il mito e la
religione, sono riportabili ad una nozione comune,
quella di “forma simbolica”. |