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Entrando nella chiesa di S.Maria del Popolo, a Roma,
appare una iscrizione, che un gesuita ha lasciato,
come epitaffio, a fronte del loculo dove eternamente
riposa. Recita così: “ non ero vivo in vita; non
sono morto in morte.
Il significato profondo ha certo contenuti
iniziatici, ma, quel che conta di più, sfugge a chi
non fa della propria esistenza una palestra di
esercizio per affinare i propri sensi. Quei sensi
che, secondo S.Ignazio, affinati da esercizi
spirituali adeguati, debbono farci sublimare la
realtà oggettiva, privilegiando il contatto con
mondi soprasensibili, dove la materia corporea che
ci avviluppa, perde il suo peso, trasformandosi in
puro pensiero e coscienza, o spirito, o luce. Il
che è lo stesso, per chi, come il sottoscritto, non
fa differenza tra forme di energia. E allora l’onda
si propaga: il suono di fondo, che è il cammino
dell’universo, diviene la matrice di tutto quanto è
visibile ed invisibile, e la formula matematica
dell’infinito di Godel viene percepita dalla mente,
che pure non si confronta se non con il finito,
secondo concetti binari e attraverso l’opposizione.
Sono sempre di più le menti che percepiscono il
soprasensibile: c’è che lo fa attraverso la
scienza; chi attraverso la sofferenza che la vita
impone a taluni più che ad altri; chi lo fa cercando
il bello, creando l’opera che vuole essere perfetta,
da offrire a Dio ed all’umanità in sostituzione del
sacrificio di un agnello o di un capretto: e tra
questi artisti emergono coloro che cercano
simbionicamente e sinergicamente che le loro forme
d’arte e diverse modalità espressive, si sospingano
vicendevolmente alla cerca della perfezione e di un
metalinguaggio, che traduca, in forma esteticamente
completa, l’anelito inarrivabile che pulsa
nell’anima ed accende una fiamma di ricerca che
l’illuminismo freddo della ragione non basta a
spegnere.
E questo è il contributo insostituibile della fede.
Parlo dell’incontro e dell’opera unica di Valerie e
Luca. Parlo di questa mostra, della quale scrivo
come il risultato di questo incontro. Il mito di
Luca: l’opera bronzea raffigura Ade in atto di
ghermire, di rapire. Pregevole l’uso della tecnica e
drammatico il movimento. Infiniti i significati. La
mancata rappresentazione di Persefone lascia aperti
molti spiragli di interpretazione, che soltanto la
prosecuzione del percorso limita e circoscrive. Ma,
come dirò in appresso questa rappresentazione della
morte, che Ade raffigura, non è altro che l’inizio
dell’opera al nero, dove Ade diviene il tramite,
attraverso il ricorso alla mitologia, della
rinascita alla vita attraverso il fuoco e l’amore. |
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